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Le Collezioni Pulix e Sulis
Il 24 luglio 2010 è stata inaugurata al Museo Civico di Cabras l’esposizione di due collezioni di materiali archeologici che prendono il nome dai loro antichi proprietari.
La Collezione Pulix, acquistata dalla Regione Sardegna e affidata temporaneamente al Museo, si è formata tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento con materiali rinvenuti probabilmente nei territori di Suelli o Tonara. La raccolta, che conserva manufatti di notevole interesse nel quadro delle produzioni artigianali di età nuragica, in gran parte databili tra il Bronzo finale e la prima età del ferro, è composta, per la quasi totalità, da oggetti metallici. Tra i più significativi si ricordano numerose armi in bronzo (asce, spade, punta di lancia, pugnali, coltello, spilloni), oggetti d’ornamento (bracciali, fibule d’importazione, vaghi di collana), bottoni, frammenti di tripode di tipo cipriota, una navicella nuragica integra, figurine di animali, due recipienti in piombo, alcuni vasi ceramici. Nonostante l’assenza dei dati di provenienza, può ipotizzarsi che una parte dei reperti bronzei costituisse la riserva di un fonditore o parte di un ripostiglio finalizzato al reimpiego del metallo. Non si può escludere neanche che molti di questi fossero stati realizzati per un ambito votivo e cultuale e che in tale contesto facessero parte di un deposito di beni preziosi tra i quali erano presenti anche elementi esotici di importazione (tripode cipriota e fibule peninsulari).
La Collezione Sulis è costituita invece da quasi sessanta reperti, provenienti in gran parte dal Sinis e inquadrabili in un arco cronologico compreso tra la preistoria e la tarda antichità. I materiali, in parte editi negli anni Novanta, sono stati consegnati al Museo di Cabras dal Dott. Paolo Sulis di Oristano. Tra i materiali ceramici si ricordano un’olletta decorata neolitica, un’olletta nuragica, numerosi vasi anche dipinti di età punica, alcuni vasi a vernice nera, alcuni dei quali rinvenuti nella penisola italiana, numerosi esemplari di età romana sia di probabile produzione locale che di importazione. Si segnala inoltre un bruciaprofumi a testa femminile, del tipo di solito associato a culti femminili di età punica e romano-repubblicana. Tra i materiali non ceramici, compaiono alcuni oggetti romani in vetro, una moneta in argento coniata a Messina alla fine del V sec. a.C., due stele funerarie in arenaria, databili tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’età imperiale romana, quattro cinerari in arenaria di forma subcilindrica o parallelepipeda, ascrivibili a deposizioni di età tardo-repubblicana o primo imperiale. Nonostante l’assenza dei dati di contesto, la Collezione appare di grande interesse per la varietà e il numero dei reperti che risultano esemplificativi di diverse classi artigianali antiche.
Cuccuru Is Arrius
Il sito prenuragico di Cuccuru Is Arrius, scoperto durante gli scavi del canale scolmatore, è situato sulle sponde sud occidentali dello stagno di Cabras. Il sito è interessato da una necropoli e da diversi insediamenti del neolitico, del calcolitico, di età punica , da un tempio a pozzo nuragico cui era annessa un'area cultuale tardo-repubblicana ed infine da una necropoli romana-imperiale. Nel villaggio di Cuccuru Is Arrius si abitava in capanne seminterrate, fatte di pali ed erbe palustri, si praticava la caccia, si coltivavano il grano duro, l'orzo, le lenticchie e le fave.
Si lavorava e commerciava l'ossidiana, si univano abilità e gusto nelle ceramiche, si fondevano senso artistico e fede religiosa nelle statuine della dea madre; protettrice dei vivi e dei morti. Il tempietto a pozzo c'è pervenuto inserito nell'ambito di un'area cultuale di età storica, le sue strutture furono riutilizzate nell'impianto di un nuovo edificio cultuale del III° - I° secolo a.C. al cui interno furono trovate cinque stele di arenaria. La necropoli romana si estende per circa 50 metri in lunghezza, la larghezza è di circa 10 metri, ma sicuramente in origine era più vasta. Nel sepolcreto sono state rinvenute 56 tombe la cui tipologia è quella delle necropoli romane povere. I corredi di accompagno, infatti, sono modesti e costituiti soprattutto da vasellame comune.
Tharros
La città di Tharros sorge all’estremità meridionale della Penisola del Sinis, una regione che fin dal IV millennio a.C. appare interessata da fenomeni antropici importanti. La città venne fondata probabilmente alla fine dell’VIII secolo a.C. da genti fenicie in un’area già frequentata in età nuragica.
Della fase fenicia, di cui non si conosce l’abitato, rimangono poche testimonianze relative essenzialmente ad ambito funerario e votivo. Le tombe ad incinerazione di Capo S. Marco e dell’area di S. Giovanni di Sinis erano note già dall’Ottocento, mentre i materiali più antichi del tophet, il tipico santuario fenicio-punico a cielo aperto con all’interno le urne contenenti i resti incinerati dei bambini e degli animali sacrificati e le stele, veri e propri signacoli in pietra con il simbolo o l’immagine della divinità, ci mostrano un santuario già attivo nel VII sec. a.C.
Nella seconda metà del VI secolo, momento di grandi cambiamenti non solo in Sardegna per il prevalere della politica espansionistica di Cartagine, Tharros non sfugge alla conquista da parte della città africana. A partire da questo momento si assiste alla monumentalizzazione della città, con la costruzione di numerosi edifici, tra cui il cosiddetto tempio monumentale o “delle semicolonne doriche”, e dell’imponente cinta fortificata che chiude la città da possibili attacchi da terra; il tophet, che viene ora compreso all’interno dello spazio fortificato, continua la sua attività; nell’area immediatamente ad ovest dello stesso, si impianta alla fine del V sec. a.C. un importante quartiere artigianale specializzato nella lavorazione del ferro.
Di età punica sono le tombe a camera scavate nel banco roccioso di Capo S. Marco e, più a nord, presso il villaggio moderno di S. Giovanni di Sinis. Queste, costituite da un vano d’accesso, per lo più provvisto di una gradinata, e da una camera sepolcrale molto semplice, ospitavano inumati, spesso deposti con ricchi corredi. Provengono proprio da queste tombe molti dei numerosissimi reperti che oggi si trovano custoditi presso i maggiori musei sardi, italiani e stranieri.
A partire dalla conquista romana della Sardegna (238 a.C.) si avvia quel processo di profondo cambiamento che avrà compimento solo in età imperiale.
Ad età repubblicana (II sec. a.C.) viene attribuita la risistemazione delle fortificazioni di Murru Mannu, con un rifascio in grossi massi in basalto e l’innalzamento di un muro di controscarpa, che va a delimitare un largo e profondo fossato. Quanto agli edifici di culto, particolare è il cosiddetto “tempietto K” (II secolo a.C.).
È tuttavia in età imperiale che la città subisce i maggiori mutamenti. Viene effettuata una imponente risistemazione urbanistica e attorno al II secolo d.C. le strade vengono dotate di una pavimentazione in basalto, con un sistema fognario molto articolato che garantisce lo smaltimento delle acque bianche. Vengono costruiti numerosi edifici pubblici monumentali, tra cui i tre impianti termali e una struttura definita dal suo scopritore “castellum aquae” per il possibile collegamento con l’acquedotto. Quanto alle aree funerarie, esse appaiono più ampie e più estese rispetto al periodo precedente; le necropoli puniche di Capo S. Marco e di S. Giovanni vengono ancora frequentate, soprattutto nei primi secoli della conquista romana, ma si assiste ad una espansione delle stesse, nel primo caso occupando tutto l’istmo, il versante occidentale dei colli di S. Giovanni e Murru Mannu, nel secondo spostandosi verso l’interno, con importanti attestazioni anche nell’area in cui nel V secolo d.C. sorgerà la chiesa di S. Giovanni.
In età paleocristiana e altomedievale i principali edifici romani, ed in particolare le terme, subiscono delle risistemazioni. Purtroppo il continuo spoglio delle strutture antiche, perpetuato per secoli, ha notevolmente pregiudicato la ricostruzione di questa fase tarda della storia di Tharros. Sappiamo di una lenta decadenza, dovuta anche alle incursioni dei Saraceni, e di un lento spopolamento, sebbene la sede episcopale sia rimasta ancora a lungo nella città.
Dopo un intervallo di oltre un secolo, nel 2001 si sono avviate nuove indagini nella necropoli meridionale, celebre per aver restituito, nell’Ottocento, i famosi ori di Tharros.
L’area funeraria, utilizzata dalla comunità tharrense da epoca fenicia fino a quella romana, è costituita da strutture, scavate nella roccia, del semplice tipo a fossa o del più complesso tipo a camera ipogeica, preceduta da un corridoio gradinato. La missione di scavo, condotta dall’Università di Bologna e dalla Soprintendenza Archeologica, in collaborazione con l’Università di Cagliari, ha riportato alla luce ampi lembi dell’antica area funeraria che ha restituito, nonostante le note violazioni ottocentesche, importanti testimonianze dei ricchi corredi e dei rituali funerari, in particolare di età punica. Sono stati recuperati abbondanti materiali ceramici, talvolta integri, amuleti, gioielli e manufatti metallici di utilizzo rituale o di impiego pratico che, dopo un attento studio e restauro, verranno esposti al Museo Civico di Cabras.
L'antico villaggio di San Salvatore, costruito tra il '600 e il '700, rappresenta uno dei più importanti villaggi di cumbessias (alloggi per pellegrini) della provincia. Il piccolo agglomerato fu costruito attorno alla omonima chiesa che, edificata nel XVII secolo sopra l'antico ipogeo, è tuttora officiata dai fedeli. Si tratta di un ambiente con copertura di tegole, sostenuto da un arco che delimita una piccola navata sulla destra.
Attraverso una botola, che si apre su una scala scavata nella viva roccia, si accede all'ipogeo di origine nuragica dedicato al culto pagano delle acque. Scavato nella roccia per tutta la parte inferiore, è superiormente formato da filari di mattoni e filari di blocchetti di arenaria e presenta nelle pareti numerose iscrizioni e pitture che vanno da quella paleocristiana fino al medioevo. Si possono ammirare delle raffigurazioni di divinità, tra cui è possibile riconoscere Ercole che abbatte il leone Nemeo, le navi, le scritte in arabo e in greco e l'immagine di Venere.
L'edificio non ha vaste dimensioni: circa dieci metri di lunghezza per altrettanti di larghezza; la pianta, composta da vari ambienti, è accentrata attorno a un pozzo sacro, dentro un atrio circolare, coperto da una cupola e aperto in alto al centro.
Il pozzo circolare, nel quale è posto un betilo di età nuragica, rappresenta il punto centrale del culto delle acque, che in nessun altra regione pare aver avuto una così grande importanza come nella religione primitiva della Sardegna.
La bella chiesa di San Giovanni di Sinissi trova alla periferia dell'omonimo borgo di pescatori, dove più recentemente si è sviluppata anche l'edilizia turistica. Il monumento, di rustico e massiccio aspetto, ebbe origine in età paleocristiana, VI sec. d.C., quando fu eretto il corpo centrale cupolato; successivamente, IX- XI sec., assunse le forme attuali, con tre navate dalle massiccie volte a botte in cui l'uso della pietra arenaria locale, dal caldo colore, conferisce uno straordinario fascino; nella facciata, in parte alterata, si conservano le strutture in pietra a vista.
All'interno, oltre alle basse arcate che poggiano sui grossi pilastri, si trovano antichi altarini; la sua oscurità e la frescura dell'austero ambiente contrastano stupendamente (se vi si giunge d'estate) con il solare ambiente dell'esterno.
Al territorio di Cabras diversi autori attribuiscono cinque torri costiere, tre di queste sono ubicate direttamente sul litorale. Esse avevano il compito di sorvegliare le coste dalle frequenti incursioni dei "barbareschi", oltre a quella di impedire attracchi di imbarcazioni infette o sospette di contrabbando. Particolarmente importante era la sorveglianza in prossimità di tonnare e peschiere, come a Cabras, più volte colpita dagli attacchi dei corsari. La più grande e la più complessa è la torre spagnola di San Giovanni di Sinis che domina l'intera penisola di Capo San Marcoe sovrasta l'abitato di Tharros. É databile alla fine del Cinquecento ed ha subito un restauro fra il 1987 e il 1990. E come le altre, la torre era, infatti, accessibile, per ragioni di sicurezza, soltanto tramite una scala di canapa retraibile. É di tipica forma troncoconica ed è alta fra i 6 e gli 8 metri. Ai primi del ´700, appariva in disarmo in quanto inutile e sostituita da quella di San Giovanni di Sinis.
La torre del Sevo, volgarmente detta Turr'e Seu, oggi pertinente all'omonimo parco naturalistico, è del tipo piccolo e semplice, anch'essa di forma troncoconica. Continuò ad essere utilizzata fino alla dismissione dell'intero sistema di difesa costiero, avvenuta nel 1867.